SLC CGIL Telecomunicazioni: TIM, in gioco l’occupazione di migliaia di persone e lo sviluppo infrastrutturale del Paese.

Il giorno 23 novembre 2023 si è svolto l’incontro sindacale tra Tim, Segreterie Nazionali Slc Fistel Uilcom ed il Coordinamento delle Rsu di Tim. All’ordine del giorno l’illustrazione della manovra approvata dal Cda Tim che ha dato il via libera all’offerta di acquisizione della rete da parte del fondo speculativo d’investimento americano Kkr, il quale acquisirà la maggioranza con il 65%, a seguire il MEF con il 20% ed il restante 15% in fase di definizione tra vari fondi e forse la stessa Tim.
L’incontro si è aperto con l’illustrazione del capo del personale del Gruppo Tim, partendo dal via libera concesso dal Cda all’operazione di cessione della rete, il resto dell’esposizione si è incentrata sulla configurazione delle due nuove aziende che nasceranno; da una parte la Tim legata ai servizi, la cosiddetta Servco e dall’altra azienda NETco, che conterrà le centrali, la rete in rame e fibra e tutte le infrastrutture fino a casa del cliente.
La Netco comprenderà il 96% di quella che è la attuale struttura Chief Network, Operation & Wholesale Office, confluiranno in NetCo una quota parte di lavoratori dello Staff ed dell’It per la quota di sistemi di competenza per un totale di 20000 Fte pari a 20400 lavoratori, mentre 1800 lavoratori della attuale struttura appartenenti al mondo del mobile (esclusi i tecnici di manutenzione agli impianti che rimarranno in NetCo), alla parte Core, l’Innovation, la parte commercial logistic, Radio marittimi e It Oss confluiranno in SerCo, la
quale racchiuderà tutto il resto delle strutture tutt’oggi esistenti, comprese per il momento anche le aziende controllate del gruppo quali Tcc, Olivetti, Noovle, Telsy e Sparkle per un totale di 18000 lavoratori.
Si rimanda a breve alle slides illustrative per i dettagli delle due nuove strutture che saranno nel prossimo periodo, oggetto di incontri nazionali e territoriali in grado di fornire un maggior dettaglio sulla distribuzione delle attività al loro interno.
Ancora una volta abbiamo ribadito come questa operazione non porterà nulla di buono ai lavoratori coinvolti ed al Paese intero, il quale si priverà dell’ex monopolista attraverso una operazione esclusivamente finanziaria senza precedenti nell’ambito delle Telco europee.
Il declino di Tim non è figlio del destino ma di una classe imprenditoriale e politica di questo Paese che si è sempre girata per quasi trent’anni dall’altra parte, sorda ai continui richiami del Sindacato confederale che da tempo ne segnalava la preoccupante deriva. Oggi l’azienda è arrivata ad una condizione di non ritorno ovvero una situazione economica non più sostenibile, causa 10 anni di ricavi in calo costante ed un debito di 30 miliardi, motivo per il quale si è imboccata la strada della distruzione di Tim attraverso lo spezzettamento
in più parti e la vendita di una di queste, ovvero la rete, la parte ritenuta più redditizia in termini finanziari.
Ed è proprio per effetto di una logica finanziaria che stanno portando avanti questa operazione, in totale assenza di piani alternativi sul tavolo che siano in grado di portare soldi nei conti di Tim, come ad esempio una ricapitalizzazione azionaria. Riteniamo che la strada migliore sarebbe stata quella esplorata nell’agosto del 2020 allorquando fu firmato il Memorandum fra Tim e CDP che avrebbe portato alla costruzione della rete unica senza disperdere il patrimonio di Tim e non tramite un intervento nella direzione opposta come sta facendo l’attuale Governo.
Un’operazione sbagliata sotto tutti i punti di vista perché distrugge l’azienda verticalmente integrata, capace di giocare un ruolo importante nel riassetto europeo delle tlc, in grado di riconvertire e garantire l’occupazione e gli interessi generali del Paese. Creare una struttura di rete priva dell’intelligenza che rimarrà nella SerCo, per cui se già oggi il funzionamento di Tim è deficitario in tante sue parti, significa creare ulteriori e enormi disservizi di processo che investirà la qualità del servizio e la stessa riuscita dei servizi innovativi.
Le risposte aziendali date alle domande delle Rsu del coordinamento, non hanno fatto altro che confermare il giudizio fortemente negativo espresso dalle OO.SS.
Le preoccupazioni ed i dubbi riguardano, in misura diversa, entrambe le realtà. La società della rete per come si sta profilando si candida ad essere un grande rivenditore all’ingrosso di connettività che, ad infrastruttura terminata, dovrà prevalentemente gestire una manutenzione oggettivamente meno problematica grazie alla
tecnologia della fibra. Insomma ben lontana dall’essere una guida dell’innovazione che difficilmente potrà dire la sua nell’inevitabile processo di consolidamento del settore in Europa.
La SerCo, con i sui diciottomila dipendenti, si troverà invece in un mercato estremamente competitivo, privata di una infrastruttura che la rendeva unica nel settore e ne giustificava i numeri occupazionali di gran lunga superiori rispetto ai competitor. Una situazione che desta le preoccupazioni più immediate riguardo la tenuta occupazionale nel medio periodo.
Partendo da questa prima valutazione, il sindacato confederale, conscio che il percorso di questa operazione nel frattempo avrà altri passaggi autorizzativi, ritiene che i prossimi passi urgenti saranno nella direzione di chi ha dato il via libera a questa operazione, ovvero il Governo. Tutta questa vicenda è resa ulteriormente più preoccupante dall’assenza di strumenti di gestione del delicato momento che attraversa l’azienda. A dicembre cesserà di esistere il contratto di espansione e gli altri strumenti di politica attiva per gestire le
uscite e la riprofessionalizzazione in modo non traumatico. A gennaio rimarranno solo strumenti “conservativi” che si utilizzano a fronte dell’apertura delle procedure di licenziamento. Il Fondo di Solidarietà di Settore appena costituito ha bisogno di un iniziale intervento pubblico per essere da subito operativo per gestire una situazione tanto eccezionale quanto annunciata e denunciata da queste OO.SS da anni. Anche gli strumenti di accompagnamento all’uscita vanno perfezionati: Tim, soprattutto la SerCo, ha di fatto esaurito la base esodabile a cinque anni. Occorrono strumenti che traguardino i sette anni. Chi in questi mesi pare essersi interessato più di finanza che di altro dovrà trovare una soluzione a queste urgenze.
In assenza di piani alternativi e dinanzi alla chiara scelta del Governo, chi ha autorizzato questa operazione deve assumersi le proprie responsabilità di fronte ai lavoratori e di fronte al paese, ad iniziare dai piani industriali delle due realtà: quali garanzie per l’occupazione? Quali progetti di sviluppo infrastrutturale per il Paese? Del resto giova ricordare a tutti come ricorrente sia stata l’affermazione delle Istituzioni, a partire dalla Presidente del Consiglio, come in assenza di precise ed esigibili garanzie non si sarebbe esitato ad
utilizzare lo strumento del “Golden power” per bloccare tutto.
Nelle prossime settimane metteremo in campo tutte le iniziative che riterremo più opportune affinché finalmente venga convocato il tavolo governativo. Qui c’è in gioco l’occupazione di migliaia di persone e lo sviluppo infrastrutturale del Paese.
Roma, 4 dicembre 2023
La Segreteria Nazionale SLC CGIL