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SLC CGIL Telecomunicazioni: richiesta di incontro sulle vicende legato al gruppo TIM ed alla infrastruttura di rete nazionale.

Roma, 21 febbraio 2022
Al Presidente del Senato della Repubblica
Senatrice Elisabetta Casellati
Al Presidente della Camera dei Deputati
Onorevole Roberto Fico
Ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari
Della Camera dei Deputati e del Senato
Ai OOO


Illustri Presidenti,
mercoledì 23 febbraio le lavoratrici ed i lavoratori del Gruppo TIM sciopereranno per l’intero turno di lavoro. Scioperano nell’estremo tentativo di evitare che si consumi uno scempio.

Uno scempio industriale, tecnologico, professionale, ovvero la definitiva distruzione dell’ex monopolista delle TLC italiane. Scioperano per evitare un disastro che metterà a soqquadro una grande realtà industriale del Paese ed un indotto complessivo di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori che, negli altri Paesi europei, sono considerati professionalità
indispensabili in una fase di grandi cambiamenti tecnologici legati alla digitalizzazione. Un disastro che, se non evitato, metterà a rischio circa 40.000 posti di lavoro complessivi.
Dal lontano 1997, anno della privatizzazione, l’Italia ha scientificamente perseguito, non sappiamo quanto consapevolmente, l’obiettivo incomprensibile di distruggere l’erede della SIP, l’ex monopolista delle TLC che, in circa 100 anni di storia, ha avuto il merito di connettere il Paese e di diventare il quinto operatore mondiale di Telecomunicazioni, vantando fino ad un massimo di 18 partecipazioni internazionali in altrettanti operatori di
settore esteri. Questa follia, perché di questo si tratta, nulla centra con i processi di liberalizzazione dei mercati di telecomunicazioni. Basti guardare a cosa è accaduto, nello stesso lasso di tempo, in tutti i Paesi tecnologicamente sviluppati per accorgersi di come l’Italia abbia inteso interpretare il concetto di liberalizzazione, che noi non contestiamo in alcun modo, con la sistematica distruzione dell’azienda di riferimento di un mercato tanto complesso quanto complicato. Abbiamo assistito ad un processo che, negli anni, ha trasformato il Paese in un mero mercato nel quale lo Stato ha perso completamente il diritto/dovere di avere una partecipazione significativa che sapesse imprimere allo sviluppo di un comparto ogni giorno più strategico il punto di vista dell’interesse collettivo.
Dalle reti di telecomunicazioni ormai passa quello che, anche in virtù della tragedia sociale della pandemia, si è imposto come un vero e proprio diritto di cittadinanza: quello alla connettività. In questi due anni terribili abbiamo imparato quanto i processi di digitalizzazione stiano trasformando tutte le dimensioni della nostra vita.
Il diritto al lavoro, all’istruzione, nuove forme di socializzazione e di coesione sociali passano inevitabilmente attraverso le Reti di Nuova Generazione, quella “fibra” che di fatto rappresenta la nuova “elettrificazione” del Paese.
Chi vi scrive ha potuto toccare con mano, allo scoppio della pandemia, la frustrazione di dover, per svariati mesi del 2020, ricorrere a forme di ammortizzatore sociale per dover sostenere migliaia di lavoratrici e lavoratori impossibilitati da motivi infrastrutturali (assenza di connettività veloce) a poter accedere a qualsivoglia forma di remotizzazione delle proprie attività lavorative. Uno scandalo!
Ancora oggi il Paese è percorso da quel “muro invisibile” che chiamiamo digital divide che espone circa il 40 per cento della popolazione ad una “segregazione” intollerabile: il mancato accesso alle reti veloci. Mentre l’Europa corre a grandi passi verso l’obiettivo della “gigabit society” milioni di italiane ed italiani arrancano, rinunciano, sono progressivamente tagliati fuori da un processo tecnologico che sta sconvolgendo l’intero pianeta.
In questo complicatissimo conteso l’Italia, nell’assordante silenzio complice di tanti, sta per assistere alla fine dell’unica azienda “Paese” di questo settore, l’erede dell’ex monopolista che ha connesso l’Italia per decenni garantendo l’universalità di un diritto, quello alla comunicazione ed oggi alla connessione, che non può e non deve essere legato solo e soltanto a logiche di mercato. Non è in discussione la libertà di competere fra soggetti
plurimi. Ciò che è inammissibile è che si lasci solo alla convenienza economica, una mera operazione finanziaria, il futuro del gruppo TIM e con esso la sua “preziosa” infrastruttura che è unica, inclusiva, universale, strategica, non certo un “privilegio”!
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresenta davvero l’ultima occasione per riparare ai ritardi accumulati in questi anni. Ma per far sì che non sia l’ennesima occasione persa occorre ripensare il modello e guardare con franchezza a ciò che non ha funzionato e a ciò che potrebbe funzionare meglio. Dal 2015 il Paese ha investito miliardi per la digitalizzazione ma allo scoppio della pandemia circa 12 milioni di italiani avevano
accesso a malapena a connessioni ADSL, inutili per utilizzare la rete per lavorare, studiare, esercitare i diritti di cittadinanza accedendo telematicamente alla Pubblica Amministrazione. Si può continuare con questo modello di sviluppo? Evidentemente no!
Abbiamo, avete una responsabilità storica. Il prossimo 2 marzo il CdA di TIM varerà con ogni probabilità la scissione societaria (“Spezzatino”) con la conseguente alienazione della rete. Una scelta che in Europa è stata perseguita da soli due Paesi (la Danimarca e la Grecia costretta a vendere asset pregiati durante il drammatico periodo della crisi economica). Tutto questo non può esser derubricato a semplice questione che riguarda il mercato.
L’Italia non può privarsi di un “campione nazionale” in un settore così strategico. La sfida tecnologica fra colossi delle TLC asiatici ed Americani si può giocare solo a livello europeo. Se l’Italia vuole partecipare a questo consolidamento continentale, francamente non si capisce come potremmo restarne fuori e continuare a voler giocare un ruolo da protagonisti in Europa, non può non avere un’azienda integrata e solida che sia protagonista
dello sviluppo del mercato interno ed estero. Si guardi a quanto accaduto in grandi Paesi come la Francia e Germania dove gli ex monopolisti sono rimasti aziende integrate, a forte presenza pubblica benché aperte al mercato ed operanti in contesti ampiamente
liberalizzati. Dal 2015 i vari Piani nazionali per la digitalizzazione hanno tracciato orizzonti che puntualmente non si sono avverati, basta leggere i vari rapporti “DESI” redatti dalla Comunità europea per verificare annualmente i progressi dei Paesi membri in tema di digitalizzazione dove l’Italia è tristemente in posizioni arretrate.
Evidentemente è il modello scelto dal Paese che non sta funzionando. Per tutte queste ragioni ci rivolgiamo a Voi quali massimi rappresentanti delle Istituzioni parlamentari e quindi legittimi rappresentanti della rappresentanza di tutto il Paese e Vi chiediamo di poterVi portare la voce delle decine di migliaia di lavoratrici e dei lavoratori del settore (tra diretti ed indiretti oltre 80.000) nella convinzione di poter ancora correggere gli errori fin qui fatti, a difesa dell’occupazione e per il reale sviluppo tecnologico e sociale dell’Italia.
In attesa di un Vostro rapido riscontro Vi inviamo distinti saluti. Le Segreterie Nazionali
SLC CGIL FISTEL CISL UILCOM UIL

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